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Esordi

ESORDI

 

 

 

Un lunedí, vicino

al mare, la parola risuonó.

                                  Era

estate tra i calmi

campi di grano e mai

l’ulteriore rogo

delle furie si propagó

con tanta iniquitá.

                            Arrivarono

cariche di odio

nei camion, grida

e corde nei camion. Ebbri

di mosto e sperma, scesero

fino al mare

bruni adolescenti,

ciechi e reclutati

con gli strumenti della tirannia,

ragazzine appena fertili

con frecce nel seno,

mostruositá e striscioni

alla testa degli inni.

Tra i ranghi disordinati e rotti, chi

mi accompagnó per mano

alla frontiera fratricida, dove

mi rubarono l’innocenza del bambino?

Oh che terribili ed ostili esordi

della patria. Párvula madre

mia, che cosa hai fatto

di noi, noi che appena

potemmo imparare

le tabelline della speranza?

 

NON C’É PIÚ TEMPO DA PERDERE

 

 

 

Se siamo agli sgoccioli, chi

vincerá?  Nessuno

(é) cosí puro per ferire,

tanto pericoloso per amare. Cresce

il fetore di ció che nasce,

la furia che prende corpo

nelle rovine

la menzognera gestazione

di qualche eroe.

                           Aspetta.

siamo qualcosa di piú nobile:

un corpo che con fatica

miete il grano, pigia

l’uva, scende nelle gallerie,

intreccia le fibre dello sparto.

Un salario di fede

ci basta, un agitato

germoglio della storia.

                                     E poi?

Nessuno muore: una generazione

si risveglia di fronte a un muro.

Non c’é piú tempo da perdere. Guarda

come si insuperbiscono mentre tacciono,

sentili affermare ció che in coscienza negano.

 

Pliegos de cordel

Pliegos  de cordel (1963), di cui queste due splendide composizioni fanno parte, rappresenta la parte piú políticamente compromessa della poesia di J.M.Caballero Bonald. La poesia é sentita come stumento di comunicazione e di conoscenza della vita che pone al poeta (e, in genere, a quanti, poeti della generazione del ‘50, che come lui scrissero poesia) l’interrogativo drammatico ed esistenziale se essere testimoni del proprio tempo nella Storia o no.

Mito

Mito

 

 

Mai più sarai lo stesso (uomo) che un tempo

visse insieme agli dei.

                                    Tempo

di benevole porte socchiuse,

di corpi accoglienti, di eccitanti

attraversate fluviali e di miti.

 

Tempo magnanimo

condiviso pure con semidei

vagabondi ed uomini di mare che si fregiavano

dell’ardito prestigio degli eroi.

 

Che cosa (ti) è rimasto, o Ulisse, di quella vita.

 

La storia è indulgente, meritate le ricompense,

Gli dei sono ormai pochi ed in estinzione.

Giusti e peccatori si scambiano i loro sogni.  

 

 

 

 

Ombre lo avvertirono

Tremolante ombra del giorno, agreste

ombra che umile scaturisce

dal fondo del disprezzo, tra le tue gambe

agitate, sotto

le pallide cortine dell’autunno,

che si rifugia dentro di altra ombra.

 

Ombra che riconosco al tatto

come se fossi cieco, ombra

che voglio confinare

nelle periferie del passato

e torna

e torna

e torna

come la malattia che mi colpì

quando ero giovane e ancora  ricompare

(dando) un sapor di sangue alla saliva.

Ombra che incalza il tempo e lo sovverte:

equidistanza tra il domani e il mai.

 

 

Turno del naufrago

Si riverbera l’estate  sui tristi

rifiuti della festa

e di nuovo

la marea consuma le sue vendette

periodiche, quelle inevitabili

elargizioni che van depositando

i loro notturni bottini sulla  spiaggia.

 

Così il mare sceglie

le sue naturali vittime, incassa

il suo tributo di rancore e di sventura,

bolla anzitempo gli increduli

con il marchio infamante

dell’arbitrarietà del sacrificio.

 

E’ quello il meritato mare

delle metafore estive, dove

al largo si perdono

tante vertiginose avventure?

 

Nessuna memoria è più imparziale

di quella che si ostina in quelle acque:

i suoi naufraghi preconizzano

l’abbandono dei giorni futuri.       

 

 

Di contropiede

Le lenzuola di stanotte, le loro fruscianti,

umide pieghe, a quale sogno

rimandano, (mentre) continuano a celare ancora

tanti ansimanti brandelli di nausea,

la pesantezza dei corpi

appena ora riconoscibili?

 

Non risvegliarti ancora, non risvegliarti mai

se non sei riuscito a sottrarti mentre albeggiava

alle ridondanti retoriche dell’amore.

 

Tessitrice di lenzuola, la vita

insorge nell’alcova e geme

come la cerniera ossidata di una porta.

Varie

Orbita della parola

Da “Las Adivinaciones”

Di José Manuel Caballero Bonald

Traduzione: Un Uomo Libero

 

 

 

Ho detto per esempio: amata, paese mio,

madre mia, speranza, siamo uguali, sempre,

pane, fratello, ti amo…Ho detto infine che il mondo

sta sulle mie labbra, gira sui loro bordi, mi detta

la sua parola avida, mi stringe tra i nodi

che strozzano la storia furtiva del(l’uomo) che fui.

Tutto questo l’ho già detto e chissà se basterà,

chissà se ciò che ho taciuto era da dimenticare,

cumulo di ambizioni sotto il quale un dio mi sotterra,

perché mi redima, indovinando il perimetro

che separa la mia bocca da tutti i percorsi

tracciati dalle parole che brancolano nel buio.

Però io sono un uomo. La mia memoria vive,

va al di là del tempo, di giornate guadagnate

a forza di rinunce, di misere astuzie

per andare avanti e stare solo e dopo andare ancora.

Però io sono terra. I miei effimeri sogni

non possono contenere quel vespaio di indizi

che il mio corpo riceve, che le mie mani accolgono

e sempre più riduco ciò che più mi distrugge.

Studio ciò che sono, cioè, il mio segreto,

quella possibilità che mai mi si offre e mi scopre,

che mi accompagna sempre e controlla i miei ozi.

Vedo la mia casa al sud, luminosa tra nebbie,

fatta di sogni miei, di solitari perché,

cresciuta per me come il frumento per il pane.

Pronuncio il suo nome ed altri che le mie labbra racchiudono.

Riunisco nella mia memoria le vite che ho amato,

i posti dove vissi, i libri che abitai,

tutta la realtà ed il sogno di cui sono fatto.

E subito in questo giorno di ottobre, non so quale,

mi sono imbattuto bocconi in un tempo vuoto,

nel pane non condiviso con altri della mia solitudine,

e quasi ho la certezza che non potrò mai

imbrigliare la corrente di tanti giorni inutili(,)

ché van precipitando nella mia ignoranza dell’oggi,

in questa vulnerabile memoria che sembra

contenere la calda consistenza della pioggia,

l’ombra della mia infanzia nella quale continuo ad essere

una paura battagliera, un timore che conserva

quest’ultima traccia di speranza o di musica

che si perde in lontananza e mi fa capire

che tuttavia cerco quella parola che finalmente mi potrà salvare. Continua a leggere