Orbita della parola
Da “Las Adivinaciones”
Di José Manuel Caballero Bonald
Traduzione: Un Uomo Libero
Ho detto per esempio: amata, paese mio,
madre mia, speranza, siamo uguali, sempre,
pane, fratello, ti amo…Ho detto infine che il mondo
sta sulle mie labbra, gira sui loro bordi, mi detta
la sua parola avida, mi stringe tra i nodi
che strozzano la storia furtiva del(l’uomo) che fui.
Tutto questo l’ho già detto e chissà se basterà,
chissà se ciò che ho taciuto era da dimenticare,
cumulo di ambizioni sotto il quale un dio mi sotterra,
perché mi redima, indovinando il perimetro
che separa la mia bocca da tutti i percorsi
tracciati dalle parole che brancolano nel buio.
Però io sono un uomo. La mia memoria vive,
va al di là del tempo, di giornate guadagnate
a forza di rinunce, di misere astuzie
per andare avanti e stare solo e dopo andare ancora.
Però io sono terra. I miei effimeri sogni
non possono contenere quel vespaio di indizi
che il mio corpo riceve, che le mie mani accolgono
e sempre più riduco ciò che più mi distrugge.
Studio ciò che sono, cioè, il mio segreto,
quella possibilità che mai mi si offre e mi scopre,
che mi accompagna sempre e controlla i miei ozi.
Vedo la mia casa al sud, luminosa tra nebbie,
fatta di sogni miei, di solitari perché,
cresciuta per me come il frumento per il pane.
Pronuncio il suo nome ed altri che le mie labbra racchiudono.
Riunisco nella mia memoria le vite che ho amato,
i posti dove vissi, i libri che abitai,
tutta la realtà ed il sogno di cui sono fatto.
E subito in questo giorno di ottobre, non so quale,
mi sono imbattuto bocconi in un tempo vuoto,
nel pane non condiviso con altri della mia solitudine,
e quasi ho la certezza che non potrò mai
imbrigliare la corrente di tanti giorni inutili(,)
ché van precipitando nella mia ignoranza dell’oggi,
in questa vulnerabile memoria che sembra
contenere la calda consistenza della pioggia,
l’ombra della mia infanzia nella quale continuo ad essere
una paura battagliera, un timore che conserva
quest’ultima traccia di speranza o di musica
che si perde in lontananza e mi fa capire
che tuttavia cerco quella parola che finalmente mi potrà salvare.
Summa Vitae
Di José Manuel Caballero Bonald
Traduzione: Un Uomo Libero
Di tutto ciò che amai in giorni incostanti della mia vita
mi restano ora solo
tracce,
brandelli,
immagini,
passi incerti, notizie vaghe:
per esempio, la pioggia su un lucernaio
di un grigio appartamento di Parigi,
l’ombra rosa dei flamboyanes(1)
che abbelliva a chiazze la nostra casa di Camargüey(2),
quei taciturni mercati di Babilonia
prossimi alle sontuose ville sull’Eufrate,
un millenario crepuscolo alle Galapagos,
i lunghi fantasmi
di un indimenticabile bordello di Cadice,
una limpida mattina
sulla tomba di Ibn’Arabi(3) alla periferia di Damasco,
il corpo di Manuela disteso fra le canne di Doñana(4),
quel caffè di Bogotà
dove andavo spesso con gli amici che non sono più,
la sofferente rigidità del corpo
nella virata che anticipa quel primo naufragio…
cose così, semplici e magnifiche.
Però di tutto quello
cosa mi importa
ricordare, custodire nonostante i capricciosi
lapsus della mente?
Nulla semmai un’ombra
che nella notte si incontra con la mia ombra.
____________________________________________
(1) Piante tipiche di Cuba i cui fiori sono rossi.
(2) località cubana dove il padre del poeta possedeva una casa.
(3) Mistico sufi arabo-andaluso del sec.XIII
(4) Oasi naturale vicino Huelva, alla foce del Guadalquivir.
A Schermaglie d’amor letto di piuma(1)
Da “De Descrédito Del Héroe” (1977)
Di José Manuel Caballero Bonald
Traduzione: Un Uomo Libero
Nessuna impronta è tanto inconsolabile
come quella lasciata da un corpo
tra le lenzuola
e soprattutto
quando il rilassarsi della memoria
dura di più
di quanto ragionevolmente dovrebbe.
S’infrange l’alba sul cuscino
e qualcosa vicino ansima, forse un ultimo
rantolo trattenuto
dalla carne, il senso peraltro nemico
della noia che si piazza
tra i capricciosi arredi
della notte.
Svegliati, (che) già è giorno,
guarda i resti del naufragio
brutalmente disseminati
sul trasparente confine della veglia.
A volte è solo un accordo, una tregua
unta di sudore, la estenuante
ricostruzione del luogo
in cui rimase ad assediare il taciturno
oggetto del desiderio.
Ricordi
minacciosi si trascinano tra un cumulo
di trofei e scorie, smorzano
la disarmata colluttazione dei corpi.
A schermaglie d’amor letto di piuma.
(1) “A batallas de amor campo de pluma” verso famoso con il quale Luis de Góngora y Argote (1561-1627) chiude la prima parte delle “Soledades” poema bucolico-pastorale in quattro parti. Qui Góngora fa un espresso riferimento all’epistola scritta da Boscàn a Don Diego de Mendoza(1539-1540) nella quale magnificava le gioie della sua vita coniugale, paragonando il letto ad un campo di battaglia. Il genio poetico creativo di Góngora va al di là della prosa di Boscàn. Lo immagina, come scenario erotico e malizioso dell’innamorato con la sua amante, preparato, da una complice e previdente Venere, con piume delle sue colombe perché risulti il più morbido e accogliente possibile “siendo amor una deidad alada bien previno la hija de la espuma” (essendo amore una divinità alata ben previde la figlia della spuma del mare)
Verlaine, il famoso poeta francese(1844-1896), ammiratore di Góngora, lo pose come epigrafe nel sonetto “Lassitude” dei “Poèmes saturniens”(1866).
Góngora, principale esponente della corrente letteraria del “culteranismo” spagnolo, conobbe un lungo periodo di oblio. La sua storica e proverbiale opposizione a Quevedo, nonché la sua poesia estremamente raffinata e ricca di neologismi latini e greci che voleva celebrare il trionfo del Rinascimento, lo confinarono in un ghetto dal quale coraggiosamente lo riscattò la generazione chiamata del “27”. Cioè quel gruppo di intellettuali e di poeti come Pedro Salinas, Federico de Onís, Vicente Aleixandre, Federico Garcia Lorca, Luis Cernuda, Miguel Hernandez.
Mito
Mai più sarai lo stesso uomo che un tempo
visse insieme agli dei.
Tempo
di benevole porte socchiuse,
di corpi accoglienti, di eccitanti
attraversate fluviali e di miti.
Tempo magnanimo
condiviso pure con semidei
vagabondi ed uomini di mare che si fregiavano
dell’ardito prestigio degli eroi.
Che cosa ti è rimasto, o Ulisse, di quella vita.
La storia è indulgente, meritate le ricompense,
Gli dei sono ormai pochi ed in estinzione.
Giusti e peccatori si scambiano i loro sogni.