Tremolante ombra del giorno, agreste
ombra che umile scaturisce
dal fondo del disprezzo, tra le tue gambe
agitate, sotto
le pallide cortine dell’autunno,
che si rifugia dentro di altra ombra.
Ombra che riconosco al tatto
come se fossi cieco, ombra
che voglio confinare
nelle periferie del passato
e torna
e torna
e torna
come la malattia che mi colpì
quando ero giovane e ancora ricompare
(dando) un sapor di sangue alla saliva.
Ombra che incalza il tempo e lo sovverte:
equidistanza tra il domani e il mai.